martedì 18 novembre 2014

Globalizzazione linguistica

Fuori da quanto potrebbe presagire il titolo, non scrivo sulla genesi di un nuovo idioma che avvicinerà tutti noi ad una maggiore comprensione l'uno dell'altro. Pretendo argomentare sull'uso diffuso, anche e soprattutto, della lingua inglese, e sue locuzioni.
All'interno di un area vasta come internet perdiamo, naturalmente, la facoltà territoriale. La propria lingua diviene un aggiunta culturale ad un sistema che raccoglie, se non il mondo, una larga parte di esso. Non riesco, però, ad abituarmi, forse per una mentalità morbosamente retrograda, forse perché impaurito dalla probabile perdita della mia identità, all'utilizzo inveterato di termini mutuati da altre lingue (specialmente l'inglese) quando il nostro caro vecchio volgare italiano è così ricco di qualunque significante dovesse servirci. Tra i ragazzi è ganzo; sul lavoro diviene una necessità immanente; a scuola deve insegnarsi; alla televisione da un respiro così intellettualmente raffinato. Nessuno sembra però costatarne il lento lavoro di un tarlo che con pazienza erode una parte fondamentale della nostra storia e, perciò, cultura. La condizione più ridicola, sappiamo, rimane quella di alcuni rappresentanti della classe politica, il cui incedere di termini anglofoni, quando chiamati alla descrizione dell'ultimo decreto legge partorito, si titola d'incanto e diviene un passo avanti verso la democrazia: "Job Act" la nuova frontiera. Rimane, è certo, una falange resistente ascritta alla vecchia scuola politica: rappresentanti di un ordine che, in ultima istanza, mantengono salda la conoscenza delle nostre radici; ma ciò appare quasi come l'esercizio segreto di una congrega atta al mantenimento della memoria, come i frati amanuensi nei monasteri benedettini.
Si ha come la sensazione che l'uso di tale mescolanza di termini nasconda l'incapacità dell'attore all'incastro corretto della lingua italiana. Senza fraintendere. E' probabile sia necessario l'intercalare di un altra lingua, unità alla nostra, per penetrare meglio la parte giovanile della popolazione.  Vorrei capire, comunque, perché locuzioni, espressioni e modi di dire provengano in modo così unilaterale. L'inglese si apre al parlare giornaliero; ma non il tedesco; non il francese; non lo spagnolo; non il portoghese.
Che fosse questa la leva che tentò e spinse Zamenhof all'inspirazione dell'Esperanto?

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