mercoledì 7 gennaio 2015
Giudizio Universale
Ieri, in tarda mattinata, alla televisione, ho scorto un eccellente piccolo documentario sui mastodontici (sotto ogni punto di vista) affreschi del burbero Michelangelo Buonarroti nella Cappella Sistina. Programma condotto dal Floris che interrogava, o forse sarebbe meglio dire ascoltava, non senza timidezza, l'eminente, attuale, direttore dei Musei Vaticani.
Come al solito devio il mio prologo verso digressioni di cui, spesso, mi rendo conto, il filo conduttore rimane velatamente oscuro; ma, sono certo, stavolta, apparirà tutto fin troppo chiaro.
Probabilmente si sarà notata l'attenuazione che, nell'opinione giornaliera, è calata riguardo argomenti di non poco conto come lo scandalo delle tangenti romane, l'expo 2015, la TAV, o l'ennesimo tentativo di infilare all'interno di un disegno di legge qualche normettina di comodo. Divora, il passare del tempo, qualsiasi pretesa di scusa nei confronti di un sistema che non è più possibile salvare, nemmeno in parte. Convengo sul fatto che i suoi componenti, da quelli eletti, ai funzionari nominati, passando per i semplici assunti, siano, a tutti gli effetti, il risultato di un accanimento nepotistico, simoniaco, degno della migliore tradizione dispotica. E so che una tale affermazione mi renderà ancor più indigesto ai molti. Vorrei comprendere, a tal punto, quale istituto che abbia anche solamente un tenue collaterale con lo Stato, o sue propaggini (Regioni, Provincie, Comuni e quant'altro..), non sia pervaso da una condizione di favoritismi, tresche, losche mediazioni, aggiustamenti, aiuti non dovuti, direttòri occulti etc... Insomma, mi rendo perfettamente conto che un gran numero di persone sono figlie di mezzo di questo costume; che il loro lavoro ha dipeso da un tale sistema di conoscenze e spinte: è una verità scomoda, che ognuno di noi giustifica facendone condizione soggettiva e, almeno per lui, giustificabile. Ma ciò, indirettamente, mantiene in vita, e, peggio, nasconde, pur sapendo, l'aberrazione. Da che mondo è mondo è sempre funzionato così! Non saremo ne tu ne io che cambieremo le cose! E' una frase ormai abusata, ma che cela un tormentato cruccio. Una lama d'ombra tenue, quasi invisibile, tra il lecito consentito e quel nulla che inquina, inesorabile, lentamente, il nostro futuro.
Presi tra il mantenimento della famiglia (qualsiasi la sua dimensione) e la routine delle immanenze fisiologiche, abbiamo soltanto poco tempo per dedicarci a un simile dubbio. Meglio lasciarci ai giochi e agli svaghi nel breve lasso rimasto. Sembra quasi un lemma per la sopravvivenza.
Che ne rimane degli abitanti di codesta penisola? Preferirei chiamarli italici. Sembra che il termine "italiani" sia divenuto un diminutivo scherzoso per definirci nel mondo, che siamo così ritirati in noi stessi da aver perso quel genio che ci ha contraddistinto per secoli. Persino la nostra eventuale reazione rischia di essere prevedibile e alquanto scarna. Come ere fa, l'unico sistema per indebolirci è sfruttare quell'insana passione interna al divisionismo: adesso la conquista non è militare, è di assestamento economico; e come detto prima, alimentata da ceffi senza scrupolo alcuno nel vendere se stessi e gli altri. Siamo a cavallo di un nuovo Rinascimento? Chissà?
Fa effetto, comunque, assistere a un Floris totalmente rapito dai capolavori vaticani del Buonarroti. Alimenta una certa speranza. Stimola la consapevolezza che ci siamo sempre risollevati dai periodi più bui, che la nostra profonda cultura di popolo fornisce gli strumenti per riprendere possesso dell'arte e del posto che ci spetta. A fronte di sommovimenti, scontri e necessarie imposizioni; di associazioni e, eventuali, leader necessari, o solamente della naturale creatività di cui siamo dotati. Periodi in cui si è fatto anche tabula rasa del recente passato, e, contro tutti, anche i nostri vicini, abbiamo vestito i panni di fautori, nuovi, del nostro destino. E' sufficiente osservare compiutamente l'eredità che ci hanno trasmesso i nostri predecessori e trarne, laddove possibile, il meglio.
La storia di un uomo burbero, afflitto dalle contraddizioni, ma sempre certo nelle sue idee come Michelangelo (ed è un esempio tra i tanti) dovrebbe lasciarci convinti che invertire l'attuale stato di cose sia fattibile, senza dubbi o ripensamenti.
L'Italia, unita negli intenti, forte della sua storia, convinta delle sue possibilità, è un baluardo a cui (e all'estero lo sanno bene) è meglio affiancarsi che non sottomettere.
Il primo bisogno d'Italia è che si formino Italiani dotati d'alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani
e ancora
Gl'Italiani hanno voluto far un'Italia nuova, e loro rimanere gl'Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; [...] pensano a riformare l'Italia, e nessuno s'accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro.
Sono frasi passate, ma ancora degne di un sentito premonitore.
