domenica 1 marzo 2015
Ci siamo! Ma è come se non ci fossimo....
Anno nuovo, vita nuova. Il tormento di idee che ci spinge affievolito dal muro offerto dalla nostra apparente inadeguatezza. Sembra che tutto quanto abbiamo intorno insista con un procedere tanto inarrestabile quanto difficoltoso a comprendere appieno. L'ultima rivoluzione estera, o almeno ciò che ritenevamo tale, si affievolisce nei meandri tortuosi della "ragione" europea. Anche il cambiamento di barra greco osteggia e subisce il giogo che gli è stato imposto; e pure la sopravvivenza della culla mediterranea vacilla annaspando nei conti di Stato che, testardi, non vogloino tornare senza immani sacrifici. Questa ragione suprema, varata agli albori del 2002, fagocita le inadeguatezze dei governi deboli, stravolti dalle miserie di abitudini dure a morire che ci hanno trascinato, vorrei dire nostro malgrado, ad una rigida revisione dell'economia.Ora, a distanza di più di un decennio, scopriamo impauriti il registro sempre più stringente di quella presunta macchina virtuosa che è l'Unione Europea.
L'Italia, nazione troppo giovane nella coscienza e nella cultura di Stato, singhiozza di fronte ai carichi impostigli, e i suoi abitanti indecisi sul dal farsi attendono un miracolo che sembra davvero lontano a venire. Non gliene faccio certo un torto, ma che la misura non sia mai sufficientemente colma? Tra derive autoritarie e paventate sommosse politiche, troppo attaccate al mero calcolo statistico/elettorale, ci tocca un immobilismo formale che, aldilà del proclamo su un futuro di lenta ripresa, rende impermeabile qualsiasi iniziativa di coesione popolare. Eppure le statistiche sul breve e medio periodo non sono certo incoraggianti, e il lungo termine è una cosa così lontana da rendere solamente un afflato di scoramento. Manca una causa comune alla quale aggrapparsi?
Tanta prolusione per un inutile esercizio estetico. Sto davvero superando me stesso nel consumare parole per non descrivere niente.
Forse perché l'impressione che ne traggo è tanto vicina al niente che, aldilà di un po di vana e maldestra retorica, non riesco a partorire.
Le informazioni ci sono, alcuni di noi si prodigano nel tentativo di rendere notizie fuori dal coro per stimolare ad una reazione. Chiedere, con la proposizione di un referendum, cosa pensino gli italiani dell'euro parrebbe quantomeno legittimo; portare nuovamente alla luce le ricchezze dei piccoli Comuni, cuore pulsante della bellezza italiana, un atto doveroso. Non sacrificare ogni cosa alla stabilità di bilancio, un atto di umanità verso una popolazione che perde, giorno dopo giorno, i propri valori e tradizioni.
Qual'è il mezzo giusto per ristabilire un indirizzo democratico tale da ripristinare il collasso delle comunicazioni di cui siamo in balia? Perché, improvvisamente, tutto si è fermato ad un inesauribile connubio di imposizioni? Perché gli italiani giacciono sopiti?
Era mia intenzione chiedere cosa fosse successo a Fauglia riguardo l'annunciata riforma sulla gestione dei rifiuti. Ricordare che un eminente "rivoluzionario" come Rossano Ercolini ci aveva fatto gradita visita per trasmettere una lieta novella. Constatare , con rammarico, l'allora diffuso disinteresse della popolazione. Siamo già in ritardo di due mesi sui piani annunciati, e la cosa sembra non disturbarci. A chi dobbiamo chiederne ragione? Non stiamo già forse pagandone il servizio?
Le mie sarebbero risposte di parte. Chi volesse sentirle basterebbe avvicinare uno dei nostri banchetti di fine settimana senza il timore di una pericolosa dottrina. Avventurarsi nei torbidi recessi dello scambio di opinione. Chissà mai non venisse fuori qualcosa di costruttivo per la nostra piccola realtà.