mercoledì 4 marzo 2015

Gente della terra

"..... fino ad un'epoca relativamente recente esistevano piccoli proprietari di terre, contadini o artigiani che dalla nascita ereditavano le fondamentali arti necessarie a custodire la terra.  Erano queste le persone che facevano il lavoro alimentare, vestire e fabbricare case per gli altri e perciò erano responsabili delle competenze e discipline relative, nonché dei limiti necessari. Finché queste classi di custodi della terra e le loro tradizioni sono state forti, c'era almeno la speranza che il mondo sarebbe stato usato bene.  Forse l'opera più rivoluzionaria della rivoluzione industriale è stata la distruzione delle forme tradizionali di sussistenza e perciò l'aver spezzato la discendenza culturale di queste classi.
La rivoluzione industriale ha disprezzato non solo le "competenze obsolete" di quelle classi, ma l'attenzione alla qualità, il senso della responsabilità nell'esecuzione, e l'amore per il lavoro fatto bene che erano il sostegno di quelle competenze. Infatti il principio del buon lavoro è stato sostituito da una versione secolarizzata della tradizione eroica: cioè dall'ambizione di essere un "pioniere" della scienza o della tecnica, di realizzare un'innovazione che salverà il mondo da un qualche crisi (che a buon bisogno è spesso conseguenza di una qualche altra innovazione precedente)"
W. Berry, Il dono della buona terra

Lasciamo perdere le città, in esse non c'è più speranza oramai, e parliamo della terra, della "nostra campagna" e domandiamoci  se ci sono ancora i custodi della terra, e quali tradizioni sopravvivono qui? Siamo ancora in tempo a salvaguardare la terra, o meglio esiste una volontà in tal senso? Il territorio faugliese è stupendo, esistono agglomerati di vecchi casolari che sarebbero luogo ideale per la sperimentazione di piccoli ecovillaggi che mirano all'autosussistenza. E la terra, mi piacerebbe sapere che rapporto abbiamo con la terra, o forse purtroppo i costi e i guadagni miserevoli (rivoluzione industriale?) fanno passare in terzo piano il fatto che essa è oramai sempre più arida e distrutta da ogni sorta di diserbante, concime chimico e inquinamento atmosferico? Perché lasciamo che certe competenze (vecchi  mestieri, saggezza della vita semplice, educazione allargata dei figli, ecc.) divengano obsolete? E infine esiste ancora la cura nella riparazione, nel riutilizzo, nella preparazione del cibo sano e autentico, nello spirito domestico? Oppure nell'era della scienza e della tecnologia aspettiamo che qualche invenzione soprannaturale ci venga a salvare? 

Ma non sono queste le domande che si dovrebbe porre chi vive e chi amministra un luogo come il nostro, oppure siamo destinati a pensare e cercare soluzioni come farebbe un cittadino della città? Perché se così fosse non abbiamo più speranza neanche noi cittadini della campagna sia bene inteso! Chi naviga ha un libretto rilasciato dall'ufficio gente di mare, noi ne abbiamo uno, anzi ne dovremmo avere uno rilasciato dall'ufficio "gente di terra"! Non è il caso di comprendere che vivere in campagna significa "pensare insieme alla terra", altrimenti arrendiamoci costruire città in campagna.

Continua .......


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